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Se non hai mai sentito parlare di lui ti sei perso qualcosa di speciale. Il suo palcoscenico, la strada; il suo prodotto, un pelapatate.

Joe Ades, l’uomo che per anni ha venduto a 5 dollari un pelapatate svizzero per strada. Noto a molti come il signore dai capelli bianchi che vendeva pelapatate appena fuori dalla Union Square Greenmarket di New York. Ne ha venduto a milioni  sicuramente amava la strada, anche se è stato tutt’altro che un  uomo senza fissa dimora.

Joe Ades è stato oggetto di numerosi articoli su riviste che raccontano il suo percorso quasi dickensiano: da Manchester, in Inghilterra, alle strade di New York City.

In questa foto un articolo pubblicato su Vanity Fair.

Il New York Times offre un tributo a Joe Ades, uno dei personaggi veri di New York. Suoi profili si trovano sul Daily News, Vanity Fair , News Network e Wikipedia.

C’era qualcosa di speciale in Joe Ades, il venditore ambulante di strada più attraente.

Ciò che la maggior parte della gente non sapeva su Joe Ades è che lui viveva in un appartamento di Park Avenue, e guidava una Bentley. Di giorno, indipendentemente dal tempo, al suo banchetto vestito in giacca e cravatta a vendere pelapatate. La sera frequentava i migliori ristoranti sul lato est di Mahattan.

Viveva in un appartamento Upper East Side, pranzava in ristoranti costosi e indossava abiti Chester Barrie di fabbricazione inglese e audaci camicie e cravatte di Turnbull & Asser.

Beveva solo champagne e mai da solo. La sua marca preferita era Veuve Clicquot. Tutto questo l’aveva raggiunto grazie alla sua efficacia come venditore.

Perché aveva così tanto successo? Joe era un trascinatore,  l’uomo giusto per fare affari.

Ha sempre creduto nel suo prodotto, e sapeva che un buon prodotto, ha il potere di fare grossi volumi di vendita. Credeva nel suo prodotto, credeva in sè stesso, e amava quello che stava facendo, non aveva paura di lavorare duro. L’uomo con gli abiti da mille dollari vendeva il suo pelapatate a 5 dollari negli angoli delle strade della città di New York per sei giorni alla settimana, dieci ore al giorno. Joe Ades è una fonte di ispirazione per tutti gli uomini che vogliono fare affari. “Se hai un buon prodotto la gente verrà da voi a cercare il prodotto, e farete i soldi per la quantità che ne vendi, non dal singolo valore di ciascuno.”

“Amava la strada più che ogni altra cosa – dice sua figlia Ruth – aveva imparato i trucchi dell’arte della vendita da adolescente in Inghilterra, durante la seconda guerra mondiale. Il suo percorso da venditore nacque dopo l’esposione di una bomba, nel bel mezzo del centro di Manchester. Fu lì, in mezzo alle macerie, che trovò la sua vocazione. Girando tra i mercatini improvvisati sorti dal nulla, fu incuriosito dalla merce: lacci delle scarpe, miscele per la tosse e ogni genere di piccole cose; i venditori erano per lo più uomini molto più anziani di lui, rimase impressionato più che altro dal loro modo di vendere: erano uomini di spettacolo e che la maggior parte degli oggetti venduti per strada erano piccole cose quotidiane a prezzi molto economici. Fu per lui una lezione importante: non sottovalutare mai una piccola somma di denaro. È stata una lezione che mio padre non ha mai dimenticato.”

Ben presto il ragazzo di Manchester iniziò ad attrarre le proprie folle. Prima in Inghilterra, poi in Australia e in Irlanda prima di trasferirsi a New York City nel 1980.  Joe ha venduto un sacco di cose da quando aveva 15 anni. “Ho venduto cose più economiche prima del pelapatate.” dice Joe. “La gente diceva: ‘Come si può fare soldi vendendo qualcosa per un dollaro? Si vende molto, eccome. Molto. C’era un tizio in Trafalgar Square che vendeva pacchetti di becchime ai turisti. Vendeva per uno scellino un pacchetto di mangime per piccioni. Possedeva condomini, così va la storia.”

Non ha mai detto a nessuno quanti pelapatate ha venduto, probabilmente perché curava solo la vendita – che era la cosa che aveva fatto per la maggior parte della sua vita – biancheria, tessuti, gioielli, giocattoli e libri per bambini. Poi, facendo un giro in una fiera, qualcuno stava vendendo pelapatate e lo vide come un fantastico articolo da vendere per la strada.

Dai libri per bambini, optò per i pelapatate. “I libri erano troppo pesanti da portare in giro.” disse Joe.

“Era molto entusiasta delle carote”, afferma Sara Mason, un assistente di merci a Barnes & Noble che lo vedeva lavorare. “E anche delle patate.”

In realtà, Joe credeva che il suo pelapatate, scoperto in fiera, poteva affettare di tutto, ma saggiamente scelse di concentrarsi su carote e patate. “Faceva sembrare la cosa davvero divertente”, dice Julie Worden, un suo ammiratore. “La sua voce, non si poteva fare a meno di notarla”, dice Gordon Crandall, riferendosi all’accento britannico da annunciatore radio di Joe.

Il suo trucco, secondo David Hughes, è stato quello di parlare con un tono di voce molto alto.

Joe mi diceva: “Non bisogna aver paura di parlare con sè stessi a voce alta”.

Il suo era un particolare tipo di teatro da strada. Era ipnotico.

Joe Ades nell’attirare l’attenzione della gente era un artista.

Come un attore, aveva un senso del ritmo e dei tempi.

Una volta che iniziava a parlare ad alta voce, qualcuno cominciava a fermarsi solo per vedere il suo stile appassionato di vendita.

Con bidoni pieni di verdure, Ades dimostrava l’utilità del suo sbucciatore d’acciaio inossidabile svizzero che ha fatto di lui un uomo ricco (uno per $ 5, due per $ 10, cinque per $ 20).

Era come se parlasse a sè stesso, assorto nella gioia nel pelare carote e patate.

Abilmente, mostrava come fosse facile tagliare alla julienne o in stelle le carote.

(“Falle così per i tuoi bambini e li vedrai mangiare verdure”).

Un performer nato, Joe aveva fatto del marciapiede il suo palcoscenico.

“Se tu lo fai bene, vieni pagato, lo fai male, non vieni pagato”, ha detto in una intervista del 2008.

“E’ così semplice”. “Devi far provare un brivido, sempre un brivido”.

Ha venduto pelapatate svizzere di alta qualità per 15 anni tra il 1994 e il 2009.

Joe Ades fece abbastanza soldi da permettersi abiti da $ 1000 e un appartamento in Avenue Park.

Si dice che una volta fece $ 100.000 in un week-end.

“E’ un modo molto facile per ottenere una folla”, egli spiega.

“Quando sei giù in basso, la gente che passa può vedere la parte posteriore della folla, ma non sanno cosa stanno osservando.

Devono fermarsi e guardare per vedere che cosa quelle persone stanno guardando.

Una donna si ferma a guardare. Poi un altro. E un altro ancora.

Il vecchio venditore li ignora fino a quando i tre sono uniti da un cerchio di altre persone.

Solo allora alza lo sguardo e porgendo una carota lunga…

“Qui”, dice tranquillamente a una donna, “provi lei da sola. Basta tirare il pelapatate lungo la carota. Rapidamente”.

E col suo stile inglese le fa un sorriso.

Joe continua la sua dimostrazione.

Le persone in fondo alla folla non vedono perché lui resta seduto.

“Avvicinatevi”, sussurra.

“Io non chiedo soldi.”

“Potete continuare lo stesso a tenere sott’occhio il vostro orologio. ”

“La donna fruga nella borsetta, tira fuori alcune banconote e le dondola li davanti.

Egli ignora i soldi.

“Ora, perché dovresti comprare quattro pelapatate se durano tutta la vita?” Chiede retoricamente.

I suoi occhi finalmente prendono contatto con la donna che ha in mano cinque dollari.

“Beh, avrai quattro amici,” il vecchio risponde alla sua stessa domanda.

“ecco perché puoi comprare altri quattro pezzi!”

E lei lo fa…
Si dice che nel Café Pierre dove andava a sorseggiare champagne, alcune persone gli chiesero cosa facesse per vivere.

Alzando il suo bicchiere per lo stelo, Joe avrebbe detto semplicemente: “Io vendo pelapatate”.

“Che cosa fai?”: nessuno credeva che la sua risposta

“Io vendo pelapatate per strada.”

Nelle mani di un buon venditore, anche un semplice pelapatate può avere grande fascino.

In una città da un milione di storie come New York, Joe Ades spiccava in mezzo alla folla come un elegante e  affascinante ambulante che vendeva un semplice strumento…

Un pelapatate appeso in un negozio in vendita per un dollaro ha una potenzialità.

Deve essere dimostrata. Per questo Joe amava i pelapatate. “Mi piace per diversi motivi”, diceva.

“E’ portatile, funziona alla grande, non ho mai sentito una lamentela. Mai e poi mai.”

Camminando per le vie, spingendo il suo carrello spesso veniva fermato da sconosciuti che gli dicevano con il cuore: “Signore, sei il più grande venditore di New York!”

Gli piaceva, il riconoscimento e non è mai stato scortese, ma in privato ha cavilli circa l’uso della parola “venditore”.

“Io non potevo vendere” spiegava.

“Non riuscivo a vendere immobili o automobili, per esempio.”

“La cosa più insolita che ho venduto, comunque sono stati alberi di Natale nel mese di febbraio.”

“Vendute a Chinese New Year’s!”
Quello che mi piace fare è stare ad un passo da una folla, giocare insieme e lì mi danno i loro soldi.”
Joe Ades morì il 1 febbraio 2009.
La sua filosofia era che una piccola quantità di denaro si costruisce rapidamente”, ha detto la figlia Ruth.

Ha venduto decine di migliaia di pelapatate.  Fate i conti!

Lui lo ha fatto anche per me, in modo che avessi potuto frequentare la Columbia University.
“Qual è stata la chiave del successo di tuo padre?”  Le hanno chiesto.

“Tenacia e pazienza”, è stata la risposta di Ruth.
Ruth ora ha deciso di seguire le orme di suo padre. A casa ci sono ancora scatole di pelapatate.

“Sono tutti confezionati, vengono dalla Svizzera. Papà li ha importati direttamente da sè” dice Ruth.

“Mi sento molto vicina a mio padre quando lo faccio.”

“Voglio dire, mi rende triste che lui non è qui. Penso spesso quando lavoro che il mio papà, sia lì in piedi alla periferia della folla, a guardarmi.”
“Papà mi diceva ‘Perchè non vuoi imparare a vendere i pelapatate?’

‘Perché qualcuno dovrebbe essere in grado di sostituirti’. – risposi –

Questo è il mio grande rimpianto: non aver imparato il pelapatate quando era vivo, e, sai, avremmo potuto lavorare insieme.

‘Sì, lo farò papà, quando sarò pronta.’ ”

Ora Ruth è pronta.

Nel giardino della vita, grandi cose possono crescere da piccoli inizi… a condizione che vengano coltivate costantemente…

È per questo che Joe da prima dell’alba ogni giorno spingeva il suo carretto di pelapatate per le strade.

E un giorno, un tizio  gli chiese:

“Non ti prendi mai una vacanza?” con il passo veloce per stargli accanto.

Joe rise e rispose:  “La vita è una vacanza! Ogni giorno è una vacanza.”

E aggiunse: “Penso che il segreto della felicità. Non sia solo poter fare quello che ti piace, ma amare ciò che fai. ”

Ora goditi un video di Mr. Ades in azione
che coglie l'essenza
di questo affascinante professionista di vendita.
Guarda e impara, controlla la ragazza
che era in piedi in lontananza.
Non appena ha interagito con il pubblico
è stato agganciata.
Imparare il mestiere.
Buone vendite!
Sandro
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“Il vostro dovere è non accontentarvi e pensare l’impossibile”.


“Negli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta è no per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato.”

Steve Jobs

Queste frasi sono tratte dal fantastico discorso di Steve Jobs presso Stanford nel 2005…

Stupendo e commovente, racconta la storia della sua vita, partendo dall’adozione, passando per la fondazione di Apple, il successivo licenziamento da Apple (!), la creazione di NeXT e Pixar e il trionfale ritorno in Apple(!!)…

So che è un discorso già conosciuto da molti ed ormai passato, ma resta sempre attuale ed interessante per il lavoro e per la vita..

Ecco il testo integrale del discorso (in italiano):

Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie.

La prima storia è sull’unire i puntini.

Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato?

E’ cominciato tutto prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all’ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina. Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?” Loro risposero: “Certamente”. Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Poi accetto di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college.

Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l’ammissione e i corsi. Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all’epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti.

Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l’unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio.

Il Reed College all’epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato.

Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E’ stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica. Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i persona computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente all’epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro.

Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all’indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa – il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia è a proposito dell’amore e della perdita

Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un’azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L’anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione – il Macintosh – e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato. Come si fa a venir licenziati dall’azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l’azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Board dei direttori si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa.

Non ho saputo davvero cosa fare per alcun imesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me – come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l’ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L’evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.

Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creatvi della mia vita.

Durante i cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT e poi un’altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia.

Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E’ stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l’unico modo per essere realimente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate.

La mia terza storia è a proposto della morte

Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, sicuramente una volta avrai ragione”. Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta è “no” per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato.

Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire – semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore.

Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi “addio”.

Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell’analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie – che era là – mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l’intervento chirurgico e adesso sto bene.

Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po’ più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi:

Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E’ l’agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità.

Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero un ragazzo c’era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E’ stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E’ stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E’ stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni.

Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell’ultima pagina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c’erano le parole: “Stay Hungry. Stay Foolish.”, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi.

Stay Hungry. Stay Foolish.

Grazie a tutti.

Dopo il terzo podio consecutivo, a Davide Simeoni hanno preso l’impronta del dito indice, per fargli un calco celebrativo nel wall of fame dei venditori. Segno inequivocabile che le vie per entrare nella storia sono molte di più di quelle che ci avevano detto da piccoli.

Davide Simeoni, per esempio, è partito da Scorzè in provincia di Venezia e in 16 anni di carriera come agente Vorwerk Folletto ha venduto 17.072 aspirapolvere porta a porta (dato aggiornato al 31 marzo 2010), vincendo una a una le resistenze di massaie diffidenti, casalinghe annoiate, suocere sospettose, promesse spose sull’orlo del sì. Nel 2007 (anno del record) ne ha piazzati in media sei al giorno, per un totale di 2.068. Nel 2008 e nel 2009 è rimasto il migliore d’Italia, pur calando un po’ nelle cifre.

In chiave aziendale, fatte le debite proporzioni, il polpastrello del suo indice è come il piede sinistro di Maradona: gli serve infatti per suonare campanelli, la prima di una calibrata sequenza di mosse vincenti. Dopo, bisogna ottenere che la signora si affacci alla finestra, convincerla ad aprire il cancello, indi la porta, dribblare il cane, salire due gradini di scale, poi un altro, posare un piede oltre la soglia, poi il secondo, mettere a fuoco in un istante il tappeto più vicino, la piastrella più indifesa, dove si svolgerà al momento opportuno il rito pagano della Dimostrazione. Passato con destrezza il Folletto sulla superficie prescelta, apparentemente pulitissima, il dannato attrezzo ne estrarrà comunque acari e sudiciume assortito in quantità tale da fare arrossire la padrona di casa. Da lì in poi, per un bravo venditore è tutta discesa.

Il superagente lavora in un territorio abbastanza ristretto: le province di Treviso e Venezia, d’estate le montagne del Bellunese. Il metodo è uguale dovunque: i venditori a gruppi di dieci battono per un mese una zona di qualche migliaio di famiglie, ogni giorno un quartiere. Fanno base in un bar alle 9 di mattina, poi si dividono le strade assegnate per “acquisire”, cioè prendere appuntamenti per il pomeriggio, dalla prima all’ultima casa. All’una si mangia insieme in trattoria, senza bere vino. Alle due si ricomincia: dimostrazioni per chi ha seminato bene in mattinata, altre acquisizioni per i pigri e i pivelli. Un buon agente standard punta ogni giorno a cinque appuntamenti, tre dimostrazioni, una vendita. I fuoriclasse ne fanno di più semplicemente perché sono già in giro alle otto e mezzo di mattina, prima che la gente esca a lavorare, e vanno dai clienti fino alle otto di sera.

Considerata la geometrica potenza dell’organizzazione, sarebbe straordinaria l’esistenza anche di un solo monolocale privo di Folletto in tutto il Veneto, ma Davide Simeoni assicura di no: «La zona non è mai satura», dice. «C’è sempre una casa che ti sei dimenticato, un appartamento con un nuovo inquilino». È una delle frasi-mantra che gli agenti ripetono continuamente. L’altra è «La crisi è solo nella nostra testa». In effetti, Folletto dichiara un aumento di fatturato del 6,5 per cento nel 2009, mentre il mercato degli aspirapolvere nel suo complesso ha ceduto il 7.

Quando Gioia l’ha incontrato, alto, abbronzato e ben vestito nella piazza di Noventa di Piave, il recordman aveva appena rifilato due scope elettriche con lucidatrice a una coppia madre-figlia che l’aveva convocato con l’intenzione di comprarne una sola. Quale misteriosa alchimia governa le sue relazioni con l’universo domestico delle femmine? «Eh, bisogna stare accorti», dice Davide Simeoni. «Mai fare complimenti alle giovani, se non sulla casa. Che bel tappeto signora, si vede che lei alla pulizia ci tiene. Con le anziane è diverso, si possono fare le battute, anche salutarle con un bacino sulla guancia».

Il fantasma del marito insegue sempre l’agente Folletto: se non è a casa, difficilmente la moglie decide da sola una spesa importante. Se c’è, bisogna fare attenzione a non risvegliare i suoi istinti territoriali. Eventualmente, dopo c’è l’assistenza: il venditore lascia il numero di cellulare e la cliente può chiamarlo se alla consegna qualcosa non funziona.

Obiettivamente, per fare funzionare un Folletto non è necessario fare molto di più che collegare un cavo e infilare la spina nel muro, nei casi estremi leggere il libretto delle istruzioni, ma le signore telefonano lo stesso. «Diciamo che quando uno non è sposato, se vuole, questo è un mestiere che gli permette…». Per ogni evenienza, Davide Simeoni è sposatissimo: da 15 anni, con Stefania, che segue a tempo pieno i due figli e taglia i capelli in casa a tutta la famiglia.

Per quanti Folletti tu venda, ce n’è qualcuno che ti resta nel cuore. «Il primo», dice Simeoni, «quando ancora non sapevo neanche montare bene gli accessori». Quelli piazzati a Cortina d’Ampezzo il giorno di Ferragosto, per fare il record e un po’ per puntiglio personale. Quello venduto al proprietario della concorrente DeLonghi, un pezzo di bravura, modestia a parte. Il Folletto acquistato dalla mamma di Alessandro Del Piero, la quale rimase così contenta che poi mandò Davide dalla sua parrucchiera, dalla nipote e da tre o quattro amiche.

I riconoscimenti dell’azienda non si contano: targhe, medaglie e anche premi veri; viaggi all’estero, un orologio Rolex e perfino un’Alfa spider, che è stata giudiziosamente venduta dopo un paio di mesi, «perché a noi non serviva e io i soldi non li ho mai buttati via». Ma non è per questo che sul palco dell’ultima premiazione gli occhi di Davide Simeoni luccicavano in quel modo imbarazzante, così riconoscibile nelle foto pubblicate sul giornale aziendale. «Mio padre ci manteneva tutti con il suo stipendio da operaio Montedison. Mi ricordo che cosa vuol dire non avere niente. Sono stato in fabbrica otto mesi anch’io ma non resistevo, allora ho fatto il cameriere, ma lavoravo fino alle due di notte e nella mia vita non cambiava niente. Quando ho iniziato a vendere, mio padre non era contento: vivere di provvigioni, suonare i campanelli e farsi cacciare via, insistere per convincere la gente. Adesso, molti amici che andavano in fabbrica hanno perso il lavoro, io invece ho comprato casa e anche due appartamentini in paese».

Così, sorriso stampato in faccia e gomma da masticare in tasca – pronto intervento in caso di alitosi – Davide Simeoni ha espugnato le Venezie.

Monica Ceci per Gioia


L’AVEDISCO di Davide ha scritto:

19/04/2010   VORWERK FOLLETTO – Il super-venditore fa tris: é ancora Davide Simeoni l’asso della Vorwerk Folletto
Premiato per la terza volta l’agente che nel 2007 stabilì il record di vendite
Tra il fare una cosa, e il farla bene, c’è una bella differenza. Sta tutto qui, nel fare al meglio il proprio lavoro, il “segreto” di Davide Simeoni, agente Vorwerk Folletto che, per il terzo anno di fila, si è rivelato il miglior venditore dell’azienda, vendendo 1.609 “apparecchi” del celebre aspirapolvere nel 2009.

Simeoni, 45 anni, sposato con Stefania da 15, padre di due figli, Christian e Manuel, di 15 e 11 anni, abita a Scorzè (Venezia) e sabato 10 aprile è stato premiato durante la Festa Nazionale della Vendita 2009, che si è tenuta a Barcellona, nel cuore pulsante della Catalogna, e alla quale hanno partecipato più di 600 agenti Vorwerk Folletto. Sempre lui detiene il record assoluto di apparecchi venduti in un anno da un agente, con la cifra da capogiro di 2.068 stabilita nel 2007 (sei pezzi al giorno di media). Subito il bis nel 2008 con 1.570 apparecchi, e poi di nuovo sul gradino più alto del podio nel 2009.

In barba ai dati sull’andamento degli acquisti di aspirapolvere tra gli italiani l’anno scorso (-6,8%, Gfk Retail), ma in linea con l’aumento del fatturato fatto registrare dalla consociata italiana del gruppo Vorwerk (+6,5%, cioè 399 milioni di euro), Simeoni ha fatto tris. Un «fuoriclasse operaio» l’ha definito Patrizio Barsotti, direttore commerciale dell’azienda, a testimoniare che Mister Folletto non si nasce, si diventa. «Perché il nostro è un lavoro quotidiano, continuo, che richiede applicazione e sudore. Ma che poi dà i suoi frutti», ha sottolineato Barsotti. Esattamente la parabola di Davide Simeoni, che 16 anni fa muoveva i primi passi (metafora obbligata) nel mondo della vendita diretta, iniziando a premere i campanelli delle case nella provincia di Venezia, suo territorio di lavoro. Ottenendo buoni risultati da subito, per poi andare sempre più sù, fino all’exploit degli ultimi tre anni.

Segreti non ce ne sono. Anzi, l’azienda è molto attenta nello stanare e allontanare quei pochissimi che, per arrotondare i propri guadagni, provano a mettere in atto azioni scorrette nei confronti del consumatore. E infatti, a parlare con lui, l’uomo dei record, ciò che colpisce è l’umiltà, quella di chi, ogni giorno, esce di casa pensando esclusivamente a fare bene il proprio lavoro: «Orari, impegno, metodo -spiega-, sono le frecce all’arco di tutti noi venditori. Non si può mai sapere come andrà una giornata, un mese, un anno. Troppe le variabili da considerare. Sto sempre con i piedi per terra e penso a dare il massimo, nel lavoro come nella vita. Peraltro, da juventino, quest’anno una bella lezione l’ho avuta dal campionato: all’inizio della stagione pensavo che avremmo fatto man bassa di titoli, e invece…».

La premiazione è avvenuta sabato 10 aprile, al termine della due giorni di incentive che Vorwerk Folletto ha riservato ai suoi migliori venditori: circa seicento dei 4mila che ha sparsi per l’Italia.

Che dire?Complimenti vivissimi Davide!Sei un Grande!

Buone vendite!

Sandro

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Perché mai un venditore dovrebbe occuparsi di etica

se il suo scopo è quello di
raggiungere gli obiettivi assegnati dalle aziende?

“Il fine giustifica i mezzi” è stata una famosa frase del Machiavelli
pensa: “Pur di raggiungere il fine sono disposto a tutto non importa con che
mezzi.”

Per me è una frase orribile,una delle più ignobili della storia del genere umano,
che però giustifica un modello di pensiero di molti venditori,che cercano di vendere qualsiasi cosa a qualsiasi costo e senza nessuna preoccupazione per gli interessi del Cliente.

Un esempio è ciò che sta accadendo in Amazzonia ne è una triste conferma.

Il traffico di organi di bambini allevati come bestie per poter utilizzare la loro insignificante
vita per salvare quella di un bambino occidentale.

Sentimenti così infimi non sono accettabili neanche nel lavoro di un venditore.

Per raggiungere un profitto etico, opporrei
alla triste e famosa frase del Machiavelli quella del grande Albert Einstein:

“Il valore di un uomo dipende innanzitutto dalla misura in cui i suoi sentimenti, pensieri e
azioni contribuiscono allo sviluppo dell’esistenza degli altri individui”.

Questo è un uomo!

Confucio 600 anni prima di Cristo… diceva:
“ Non fare ad un altro quello che non vuoi che venga fatto a te ”.

600 anni dopo Cristo dice: “Fai ad un’altra persona quello che vuoi venga fatto
a te”.

Nella vendita si può dare un contributo anche etico.

Ecco, ad esempio, alcuni comportamenti per vendere in modo etico:

  1. non mentire mai a un cliente: non esistono bugie a fin di bene;
  2. mantenere le promesse: molto meglio promettere meno e dare di più che viceversa:
  3. instaurare un rapporto aperto e all’insegna della trasparenza totale;
  4. dimostrare con i fatti al cliente la convenienza di averci come fornitore-partner;
  5. curare spasmodicamente il post vendita,
  6. avvisare tempestivamente il cliente su ogni possibile disguido e intervenire prontamente per la soluzione;
  7. essere pronti a rinunciare a un ordine quando la nostra offerta non risponde alle esigenze del cliente (suggerendo la soluzione anche di un nostro concorrente);
  8. addossarsi la responsabilità di ogni problema senza cercare di scaricare la colpa su altri (il corriere, l’azienda, l’ufficio contabilità, la casa madre eccetera).

Il rapporto ideale è quello di uguaglianza,cioè quel rapporto che nasce dalla sensazione del venditore di sentirsi utile al cliente e di potere instaurare con lui un rapporto di reciproca collaborazione dove entrambi possono e devono beneficiare della trattativa.

Un contratto ha valore se entrambe le parti hanno un giovamento dall’accordo.
Questo è un contratto… tutto ciò che va fuori è truffa.

Perché quando fai del bene non lo fai solo nell’interesse della comunità, in
realtà lo fai soprattutto per il tuo bene.
Come?
Se fai del bene, la voce si sparge e si sa.
Se fai del male… al cliente non fa piacere…la voce si sparge e si sa.

Quindi muoviti, fai qualcosa di buono anziché fare del male: questa è l’Etica.
… e farai un sacco di soldi !

Buone vendite!

Sandro

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